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18/02/2026 22:07

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2 Luglio 2010

Un Consiglio Comunale aperto sulla crisi

Il 30 giugno in piazza Garibaldi si è tenuto il Consiglio comunale aperto con un solo punto all’ordine del giorno: la crisi economica. Nella prima parte, dopo l’introduzione del sindaco Caselli e dell’assessore alle attività produttive e alla ceramica Casolari, sono stati ascoltati i rappresentanti delle associazioni industriali della ceramica, Confindustria Ceramica, Acimac, Ceramicolor e Cerarte. “Questo Consiglio comunale – ha detto il sindaco Luca Caselli – segna l’avvio di un cammino. Ricordiamo tutti il consiglio di inizio anno, quando un rappresentante degli imprenditori parlò di era glaciale. Ci siamo arrivati. Spesso ci chiedono cosa possono fare le amministrazioni. Pur ricordando che non tutto compete a noi direttamente, il Comune di Sassuolo ha stanziato nel 2009 1 milione e 361mila euro e nel 2010 1 milione e 820mila euro per le politiche sociali. Cifre importanti, perché per affrontare i momenti difficili ci vuole coesione sociale e quindi sostegno a coloro che fanno più fatica. Ma stasera oltre all’aiuto ai cittadini uno dei temi portanti sarà il sostegno alle imprese, che deve tradursi non solo nell’aspetto economico ma anche in un concreto supporto alla loro attività sul territorio. Anche nel settore delle imprese l’amministrazione è attiva e presente. Abbiamo da poco verificato l’andamento della situazione alla Marazzi, accordo sul quale ci eravamo impegnati direttamente, e siamo soddisfatti nel vedere che le misure decise insieme stanno funzionando. Sono d’accordo con chi dice che il peggio è passato, ma ritengo anche che il prossimo anno sarà più o meno come questo e che quindi c’è necessità di rimboccarsi le maniche, ancora di più e tutti quanti. Leggo da più parti di una necessaria differenziazione dell’economia sassolese. Sono d’accordo, ma non credo che Sassuolo possa in futuro vivere, per esempio, di turismo. Deve continuare a vivere di ceramica, pur ampliando il suo raggio di azione. Anche sulla ricerca e sulla formazione che da più parti vengono citate come fondamentali, sono d’accordo. Dobbiamo potenziarle e trovare ricette concrete, non solo parlarne. Chiedo a questo consiglio, almeno su questo tema, di ammorbidire lo scontro politico. La differenza di opinioni ci sta, tutti abbiamo le nostre ricette e le riteniamo quelle giuste, ma il tema è fondamentale al di là degli schieramenti. Ascolterò tutti, anche i partiti non rappresentati in consiglio e che quindi non possono parlare in questa sede ma che aspetto nei prossimi giorni. Da questa piazza vorrei un impegno come città a rimboccarci tutti le maniche. Non ho dubbi che Sassuolo ce la farà, ma ha bisogno dell’impegno collettivo per recuperare le sue certezze, prima fra tutte quella del lavoro, che a Sassuolo c’è sempre stata”. “Qualche tempo fa in consiglio – ha spiegato invece Claudio Casolari – un’amica che è anche consigliere di opposizione, Carla Ghirardini, mi mosse una critica chiedendomi dei dati. Una richiesta abbastanza consueta, ma che ha colpito nel segno. I dati ce li abbiamo, ma ho ritenuto giusto e doveroso disgregarli e portarli alla dimensione locale. Ho lavorato per questo, per restituire l’esatta situazione della nostra città e della nostra zona. Con la Commissione bilancio abbiamo concordato un percorso, di cui questa è una prima tappa”. Il primo degli esperti chiamati a intervenire è stato Cristiano Canotti, consulente aziendale, non in rappresentanza di un’associazione ma per fornire un quadro complessivo e alcuni spunti di riflessione. “Sassuolo va vista come sistema – ha spiegato – come è stata vista in passato da grandi economisti. Non è la prima crisi che affronta Sassuolo. Nel 1985 ce ne fu una di grande portata, ma il deficit era tecnologico e venne recuperato. Con la svalutazione della lira e poi con la legge Tremonti sull’innovazione Sassuolo ripartì per una vera e propria cavalcata. Il Pil della nostra zona è sempre stato molto più alto di quello del paese Italia. In situazioni differenti le carenze del nostro sistema paese non ci infastidivano. Oggi invece sì. Il distretto sassolese: ce ne sono tanti di comprensori produttivi di modello simile, coesi, basati su un sistema famigliare, a filiera verticale. Sassuolo però è un sistema complesso: è policentrico, senza una singola azienda dominante, canonico (perché si basa su regole di fatto anche se non scritte), gerarchico perché comunque a vincere sono i più forti. Il sistema Sassuolo è in grado di selezionare in ogni momento le competenze sufficienti a fondare con successo qualunque tipo di impresa. Il sistema Sassuolo però è anche fatto di codici, reti che proteggono ma a volte avviluppano. In una rete sociale come la nostra c’è più etica, ci si capisce al volo, ci si conosce tutti. Ma sono passati gli anni, le aziende sono cresciute e cambiate, c’è stata una selezione naturale. Oggi il sistema è in divenire, è più eterogeneo e non può guardarsi indietro per capire come affrontare il cambiamento: è troppo giovane, la sua storia la sta facendo qui ed ora. Le imprese hanno fatto concentrazione industriale, sono tornate in parte al passato, inglobando nuovamente pezzi di produzione che avevano scorporato con la creazione di nuove, piccole aziende. Situazione economica: nel 2001 eravamo a 640 milioni di metri quadrati che si vendevano a meno di 20mila lire al mq. (pezzi speciali compresi). Oggi siamo a 400 milioni di metri circa. Mancano, è evidente, almeno 200 milioni di metri, e almeno 500 milioni di euro. Manca reddito per 10mila persone nell’ambito della produzione ceramica, che non è solo a Sassuolo ma in maggior parte sì. L’80% dei ricavi è in mano a una decina di grandi aziende. Le piccole vanno per forza a rimorchio di chi ha assunto posizione dominante. I livelli di export sono arretrati di 20 anni mentre il resto del mondo li ha quadruplicati. Sassuolo, primato o declino? Il primato è derivato dal saper sfruttare al meglio le risorse che Sassuolo aveva. Ma è successo 20 anni fa. Ora si cambia, quel sistema paese che non influenzava il risultato adesso è una zavorra. Il declino è una minaccia concreta, perché è lento e poco visibile. La ricchezza ancora presente attenua il senso dell’urgenza, da fuori è possibile vedere meglio la situazione che peggiora. Di certo è finito il tempo della frammentazione. Non è più possibile fare i “qualcosisti” in proprio, mettere su un’impresa di qualcosa perché tanto a Sassuolo funziona. Le aziende che muoiono sono le più giovani, quelle che non hanno storia e scopo. Bisogna passare all’aggregazione. Sassuolo, sistema perfetto, ha fatto muro all’esterno, non si è contaminata e ora subisce e affronta con difficoltà la globalizzazione. C’è un concreto problema occupazionale, perché i numeri calano e le persone che non avranno più posto in fabbrica che faranno? Il terziario non sta creando vera occupazione. Ci sarà una selezione naturale accelerata su un consolidamento industriale modificato”. Emilio Mussini, vicepresidente di Confindustria Ceramica, ha esordito con alcuni dati complessivi: “Il 2009 è l’anno peggiore della nostra storia. Ha segnato un calo delle vendite del 19 per cento. Flessioni mai viste prima, non prevedibili. L’industria è stata costretta a riposizionarsi su questi numeri. Il peso investito su magazzino e crediti era alto, quindi è stato necessario ridurre l’attività produttiva, in misura superiore rispetto al calo di vendite, calando del 28% la produzione e riducendo così il magazzino del 15%. Il settore ceramico ha perso il 6,14% di dipendenti, arrivando a 16.929 addetti. Sono comunque più di quelli che l’attuale produzione richiede, l’industria ceramica ha preferito mantenere un esubero nella fiducia di un recupero di volumi. Ci sono 10.600 unità interessate da ammortizzatori sociali. Sono cresciuti i prezzi medi, in misura modesta, ma segno importante della volontà di portare sul mercato prodotti unici, in grado di vincere la gara sul valore aggiunto e non sul prezzo. La prospettiva della ceramica non è il declino. Non si spiegherebbe la volontà di esserci ancora né quella di investire comunque il 5% dei fatturati. Abbiamo anche portato aziende nei paesi lontani interessati alla ceramica, con investimenti elevati per stabilimenti sul posto. Queste sedi decentrate hanno sentito la crisi mondiale ma in misura minore, calando del 10 per cento circa. La scelta di delocalizzare, senza scappare, si è rivelata quindi fondamentale per lo stesso comprensorio. Senza questo risultato saremmo ancora più vulnerabili. Per quanto riguarda il 2010 le proiezioni sono di stabilità rispetto al 2009. L’export è cresciuto. In parziale contraddizione con chi sostiene che la piastrella non si può vendere lontano, è cresciuto maggiormente in Usa e in Asia. I paesi europei al momento non contribuiscono a risollevarci e per fortuna abbiamo mantenuto posizioni distributive in paesi che per primi stanno intercettando la ripresa. Il distretto non è in declino. Ci sono difficoltà, qualcuno cadrà, ma non si chiude bottega. Eravamo primi e unici, ora dobbiamo confrontarci con altri, ma questo non vuol dire che non si possa ancora vincere la partita con la nostra storia, il nostro prodotto, il nostro servizio. Per farcela chiediamo un supporto alle istituzioni. Non chiediamo e non abbiamo mai chiesto elemosina ma un sistema produttivo strutturato sull’alta qualità ha bisogno di una piattaforma logistica adeguata per esempio, per divulgare al meglio la sua qualità. La nostra piattaforma logistica ha bisogno di essere completata, con la bretella, lo scalo di Marzaglia. Chi oggi dice che si tratta di strutture che non servono più si è probabilmente arreso, non crede più”. Paolo Gambuli, direttore generale di Acimac, associazione dei produttori di macchine per ceramica, ha portato l’esperienza di un 2009 ancora peggiore, con un calo del 33%. “Si sono persi circa 600 milioni di euro – ha spiegato – ed è una situazione che nessuna impresa è in grado di affrontare quando capita. E’ accaduto sia sul mercato interno che esterno. Abbiamo importato crisi, proprio a causa della nostra dimensione planetaria, con la sola eccezione dell’est asiatico che è cresciuto. In generale però per un anno il mondo si è fermato in attesa degli eventi, non ha più investito, tagliando per prima cosa i beni industriali. Dopo un periodo di sostanziale stabilità, fra il 2008 e il 2009 abbiamo anche perso il 20% di occupazione. Adesso nel 2010 possiamo prevedere stabilità e primi segnali di ripresa, ma bisognerà vedere quante aziende sopravviveranno alla gelata. Le più piccole, coi clienti da servire oggi più distanti, non sempre ce la faranno. L’Europa non aiuta la ripresa. Nel nostro contente non si costruiscono più case, chi ne subisce di più le conseguenze sono Italia e Spagna, produttori storici. Realizzavamo circa 1 miliardo e 200 milioni di mq. In un anno è come se uno dei due paesi fosse praticamente scomparso. E’ difficile reagire e si rischia che una quota di piccole imprese altamente innovative vada perduta. Hanno utilizzato ammortizzatori sociali il 40% delle nostre imprese, nel 2010 dovrebbe essere il 30%, segnale positivo. Rileviamo cali nel numero di aziende sopra i 10 milioni di fatturato, quelle di livello medio, mentre resta costante il numero delle piccole. Lo scenario sembra insomma quello di alcuni leader con tanti piccoli fornitori e a mio parere sarebbe grave, perché nelle imprese “middle class” si racchiude molta ricchezza tecnologica e innovativa. Dobbiamo anche dire che questa crisi non è stata un fulmine a ciel sereno. Era visibile 20 anni fa, molto ben visibile 10 anni fa, in presenza di un enorme e continuo trasferimento di risorse economiche verso oriente. Aggiungiamoci il fattore demografico ed è chiaro che mentre il resto del mondo sta crescendo, il nostro non lo fa. C’è stato un grave errore di valutazione, un peccato di provincialismo. Nel mondo la quota di piastrelle di alta qualità è del 4%. Permette di aggredire ancora nicchie di mercato, ma manca la visione sui macro-numeri. Chiediamoci se c’è ancora del mercato per i nostri produttori,. Dai nostri conti prudenziali, anche escludendo del tutto la Cina, sì, c’è un miliardo di euro di crescita possibile. Adesso dobbiamo andarli a prendere, con un prodotto di qualità, ma anche tagliato su misura per gli acquirenti, che in certi paesi sono orientati a processi produttivi molto semplici. Va anche compreso che altrove è molto più semplice fare e gestire impresa. Noi possiamo fare manifattura solo a un certo livello, ma se non ci liberiamo di certe pastoie non riusciremo a farla di nessun genere. Abbiamo ancora un grande potenziale, ma va liberato”. Daniele Bandiera, vicepresidente di Ceramicolor, associazione che riunisce i colorifici ceramici, si è associato ai drammatici numeri del calo: meno 30% anche per questo settore nel 2009. “Le principali problematiche riguardano il nodo scottante dei concordati preventivi, in grande aumento. Non sono una sfida per ripartire in futuro ma un segno di declino. I metri quadri di una volta non ritorneranno, ci vuole selezione, aggregazione o altro, non un’operazione di riduzione dei debiti. Tenere in piedi aziende senza possibilità per salvare i posti di lavoro, è impopolare dirlo, ma non serve. Da sottolineare per il nostro settore l’importanza di alcune regole che vengono introdotte in questo ultimo periodo, a proposito dell’etichettatura e tracciabilità dei prodotti. Utili soprattutto per combattere la concorrenza spesso alterata di paesi stranieri che non si attengono a regole altrettanto rigide e adesso dovranno farlo. Ricordo anche che il 2011 sarà l’anno della chimica e che questo dovrà indurci a spingere ancora di più verso una ricerca innovativa e legata ai temi ambientali, verso una maggiore apertura delle nostre aziende. Più in generale, vediamo il distretto in una fase di profondo cambiamento. Il passato non tornerà, imprenditori e forze sociali devono lavorare uniti su questo cambiamento, ricordando che comunque il distretto sassolese ha una serie di concomitanze che nessun altro possiede. Riusciamo ancora a essere incubatori di idee. Facciamo ancora innovazione seriamente, dobbiamo insistere nel fare sistema. Valler Govoni, presidente del consorzio Cerarte che riunisce i produttori di terzo fuoco e decorazione ceramica, denunciando a sua volta il fortissimo calo subito dal settore, ha indicato nella frammentazione degli ordini uno degli aspetti che mettono in ginocchio questo tipo di imprese. “E’ probabile – ha detto – che ci vogliano aggregazioni per non disperdere un patrimonio tecnico e un fattore umano che tutti ci invidiano. E’ una scelta non facile in un ambiente in cui gli imprenditori si sono sempre sentiti padroni a casa loro. Il terzo fuoco ha perso circa 1000 unità di mano d’opera, 350 per fallimenti aziendali, 650 per necessarie riduzioni di personale. Ci sono aziende in cassa integrazione con scarse possibilità di riapertura che potrebbero aggravare questo bilancio. In due anni si è perso quasi il 40% del fatturato, il calo si è arrestato nei primi mesi del 2010 e si segnala qualche punto di recupero. Anche le nostre piccole imprese sono fortemente colpite dalla pratica del concordato preventivo (richieste aumentate del 63%) come del resto dai ritardi di pagamento e dalle difficoltà con il credito. I più deboli, i fornitori, pagano maggiormente la crisi. E’ un fatto grave per un comprensorio che ha basato la sua fortuna sul decentramento produttivo. Tanto più che ritengo davvero riduttivo liquidare un settore come il nostro come lavoro conto-terzi. In realtà siamo partner primari delle imprese, con cui lavoriamo fianco a fianco a monte, nella ricerca progettuale ed estetica. Vorremmo più partnership con le aziende che serviamo, un contatto più diretto, magari un pass di accesso al magazzino per integrare i rifornimenti necessari concordati con l’impresa invece di sottostare a ordini frammentari dell’ultimo momento, che in una fase come questa ci mettono in ginocchio. Chiediamo a tutti gli attori di questo comprensorio industriale di lavorare insieme, uniti, con etica e professionalità”. Carlo Valentini di Confesercenti ha presentato il sunto dei dati complessivi di un settore, quello del Commercio che ha fatto sì registrare un calo complessivo medio del 6%, ma che ha visto anche alcuni settori in controtendenza come quello dell’alimentare ma che nell’insieme non possono che riflettere il forte calo dei consumi tuttora in atto. Sulla ricerca e sulla capacità tecnica e progettuale dobbiamo continuare a puntare. Non possiamo rinunciare alla formazione, non possiamo rinunciare all’innovazione che anche nel settore commerciale può e deve rappresentare – ha detto Valentini – la chiave di volta per un rilancio complessivo del settore. Altro punto di rilievo, secondo Valentini, la creazione effettiva di una rete sistemica e non lasciata alla buona volontà dei singoli comuni, di valorizzazione Turistica dei comuni che compongono il territorio, affinché l’offerta turistica possa risultare quale effettiva risorsa per un miglioramento dei flussi turistici nei centri urbani e nei luoghi ulteriormente valorizzabili. Marco Casolari, della Ascom Confcommercio ha sua volta analizzato lo stato di un Distretto, quale quello del comprensorio ceramico che mostra purtroppo segnali Una crisi molto differenziata, anche per quanto riguarda il settore delle piccole e medie imprese del Commercio che necessita di uno sforzo eccezionale per rispondere ad una crisi appunto di dimensioni eccezionali.. Tra questi, una richiesta fondamentale e di lungo corso: una politica per i servizi – cioè un sistema di regole, di strumenti e di ragionevoli risorse – che supporti, anche in questo fondamentale comparto, i processi di rafforzamento della produttività. Mettere in campo questa politica era già necessario ieri. Oggi è un’emergenza. Perché, tra l´altro, sarà proprio il settore dei servizi a dovere assicurare, nel futuro prossimo venturo, il riassorbimento della disoccupazione e la costruzione di nuova occupazione, fondamentale per fare dell’Italia una società più attiva. Un piano quindi straordinario per l´innovazione del sistema dei servizi, posto che l´innovazione – tecnologica, ma anche organizzativa – è un formidabile propellente di produttività aggiuntiva. Matteo Spaggiari della Confartigianato Lapam ha subito puntato l’indice sull’ancora eccessivo carico burocratico che pesa sulle imprese. Un sistema ha spiegato lo stesso che non riesce ad alleggerirsi e che, anzi sembra autoalimentarsi per non prendere decisioni, scaricando e omettendo il livello delle responsabilità e andando nella direzione opposta delal semplificazione e dell’aiuto richiesto e quanto mai necessario verso le attività economiche. E ha poi raccolto in una scheda sintetica alcune proposte che possono operativamente essere poste in atto per intervenire, concretamente, su alcuni punti – snodi all’interno della crisi. BRETELLA CAMPOGALLIANO SASSUOLO Mai come in questo momento si tratta di una infrastruttura indispensabile, per almeno tre motivi. 1 Recupero di competitività del comprensorio. 2 Collegamento con lo scalo di Marzaglia. 3 Un appalto pubblico di alcune centinaia di milioni di euro, che sarebbe una boccata di ossigeno per il territorio, soprattutto se le opere saranno affidate ad imprese del territorio sane e possibilmente non in odore di Criminalità Organizzate. CONTRIBUTI A FONDO PERDUTO Mai come in questo momento c’è bisogno di sostegno alle imprese che cercano di reagire mettendo in campo iniziative di vario genere. 1 Ricerca e sviluppo. 2 Aggregazioni. 3 Riconversione industriali. 4 Investimenti in energie alternative. 5 Investimenti aziendali. CONTRIBUTI ALL’EXPORT Un discorso a parte meritano i contributi alla partecipazione a fiere le iniziativa per l’esportazione si segnala ad esempio che i contributi regionali ai consorzi Export quest’anno sono passati dal 70% al 40% occorrerebbe invece fare esattamente il contrario. Inoltre occorre trovare soluzioni anche per le singole imprese, ad esempio introducendo il sistema dei Woucher per la partecipazione a Fiere e mostre internazionali. CONTRIBUTI A FONDI DI GARANZIA Sostegno alle imprese che devo ristrutturare il debito esistente. Sostegno al Fondo Antiusure e velocizzazione delle pratiche, per le neo imprese. Michele Bonora, della Coldiretti la più importante associazione del mondo agricolo che detiene con oltre il 67% delle rappresentanze del settore agricolo, il ruolo-leader dell’Associazione di categoria, ha illustrato lo stato di perdurante crisi del comparto.. Occorre puntare su una riqualificazione complessiva del settore, ha spiegato il rappresentante dell’Associazione che sappia riportare anche nel tanto importante quanto troppo spesso bistrattato settore agricolo nazionale, al forza sicuramente presente, in quanto capacità interne al comparto, di trasformazione, innovazione e rilancio del prodotto agricolo, in tutte le sue forme. Innovazione nel settore, differenziazione dei modi e delle forme di produzione; Cura e innovazione del prodotto, seguendo tutta la filiera, dal marketing sino al sistema distributivo. Sostegno pubblico alle forme innovative di produzione, sono le principali direttrici su cui incidere per un rilancio e un contrasto alla crisi. Claudio Medici, della C.N.A. ha iniziato il proprio intervento, riportando il drammatico dato della chiusura registrata nell’ultimo periodo soltanto nel Distretto sassolese di ben 569 imprese artigiane che hanno serrato i battenti.. Si tratta di imprese piccole e medio-piccole, ha spiegato Medici che costituiscono l’autentica ossatura del sistema del distretto, quello che deriva direttamente e che costituisce l’indotto del sistema industriale, le cui forme si vanno trasformando e spesso perdendo, come abbiamo visto questa sera.. Abbiamo fatto un salto all’indietro di almeno 7/8 anni, riportando al 2002-2003 i principali indici (redditività, guadagno, occupazione) de settore economico. Facendo registrare qualcosa come 9 TRIMESTRI NEGATIVI CONSECUTIVI, In sostanza siamo di fronte a segnali di lenti ma progressivi di disfacimento di un sistema produttivo. Anche se non mancano segnali di contro-tendenza, come ., ad esempio, la tenuta del 3° fuoco. Senz’altro sono urgenti le opere infrastrutturali – ha ricordato Medici – la ridefinizione di un effettivo accesso al credito, il potenziamento del consorzio dei Fidi di Garanzia, ed altro.. ma occorre uno sforzo assolutamente eccezionale e collettivo di tutti gli attori in campo (dalle Istituzioni alle Aziende, alle Forze Sociali, al mondo Sindacale) per far fronte a questa crisi fortissima. Senza questo tipo di sforzo, complesso ed unitraio, non sarà possibile risalire la china.. Tagliaferri, in rappresentanza delle tre confederazioni ha infine rappresentato l’intervento del mondo sindacale, ricostruendo prima di tutto la fase che a partire dal gennaio 2009, quando si registrò il primo eclatante caso – quello del Gruppo Iris – che fece registrare,a nche attraverso forme e modalità inaspettate nell’ambito delle relazioni industriali e dal quale prese poi il via una fase, quella della cosidetta “glaciazione del sistema produttivo locale, ancora in corso.. Una fase affrontata attivando tutte le forme di tutela sociale, attraverso gli ammortizzatorii sociali in deroga.. Oggi Purtroppo si deve registrare persino un contro –esodo, di quei lavoratori più esposti anche da un punto di vista sociale, soli o senza supporti che, di fronte alla perdita del posto, si vedono costretti a tornare nei loro luoghi d’origine. Siamo comunque in una fase difficilissima, per molti aspetti drammatica. Occorre anche che le istituzioni abbiano il coraggio di indicare o censurare quei comportamenti non virtuosi o on corretti che talune imprese possono originare. Occorre anche un rispetto delle regole, il contrasto di chi, in questa fase, spregiudicatamente fa dumping sociale, magari non pagando i contributi, in nome di margini sempre più bassi e falsamente competitivi.. Occorrere poi n rifinanziamento anche delle politiche di Welfare regionale, attraverso un patto regionale nelle diverse realtà territoriali. Infine, un appello all’impresa affinché ponga in questo momento così difficile, sul campo degli interventi, il coraggio e la determinazione.

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