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17 Settembre 2011

Piazza gremita per la lezione di Zygmunt Bauman

Bagno di folla oggi pomeriggio per la lezione magistrale che il sociologo Zygmunt Bauman ha tenuto in piazza Garibaldi. “Cos’è accaduto alla natura?” la domanda da cui è partita l’esposizione preceduta da un’indicativa battuta sul caldo umido del pomeriggio: “Non preoccupatevi, nei prossimi anni il pianeta sarà ancora più caldo”. “La natura – ha spiegato Bauman – nel passato era vista in modo reverenziale, con quello che è stato definito ‘timore cosmico’. L’idea è rimasta immutata nella storia fino a quando non ha preso forma quella secondo cui noi esseri umani siamo qui per correggerla. Circa 300 anni fa si è iniziato a pensare di coltivare e gestire la natura. Se guardiamo nel recente passato possiamo dire che tutte le battaglie vinte dall’essere umano ci hanno portato a perdere la guerra (tzunami, terremoti…)”. Il professore, riportando anche teorie di altri studiosi, ha ricordato che oggi il modello di crescita non fa altro che produrre dei danni irreversibili. “La vita che facciamo adesso, il sistema di consumismo di oggi, non ce li possiamo permettere – ha asserito – Serve una rivoluzione culturale che cambi la formula della prosperità. Questa non riguarda solo l’aumento della produzione materiale, non si misura solo attraverso il prodotto interno lordo (Pil), ma va cercata al di fuori delle trappole convenzionali, cioè al di fuori della ricchezza”. Concentrandosi sull’aspetto sociologico del cambiamento Bauman ha spiegato come a metà del 19esimo secolo i grandi economisti erano convinti che le nostre miserie di esseri umani fossero dovute alla nostra incapacità produttiva. Sostenevano che lo sviluppo dell’industria fosse la strada della salvezza: calcolare i nostri bisogni per poi creare le macchine in grado di produrre il necessario a soddisfarli. Il punto è che oggi non si acquista più solo per appagare un bisogno. “Spesso lo facciamo per il piacere di comprare un nuovo prodotto, è cambiato l’obiettivo dell’attività economica. Ci sono state due grandi rivoluzioni: una riguarda il passaggio dalla soddisfazione dei bisogni al consumismo, l’altra la separazione tra tecnologia e controllo etico. C’erano due correnti sul modo per risolvere conflitti creati dalla sofferenza e dalla povertà: una consisteva nel ridistribuire lo steso pane, l’altra nel fare un pane più grosso. Ha prevalso la seconda. Questa idea, basata sulla supposizione che le risorse del pianeta sarebbero state infinite, ha avuto come conseguenza la crisi di oggi. Non possiamo andare avanti così”. Ci sono alcuni geologi che sostengono che la natura sia in una nuova fase della sua vita: non più in ‘olocene’ ma in ‘antropocene’ iniziata nel 18esimo secolo. “Significa che fra 200 anni i geologi troveranno più tracce delle attività degli esseri umani che della natura. Gli stessi geologi sostengono che stiamo vivendo la sesta estinzione di massa. La situazione sta peggiorando, ma non è troppo tardi per invertire la tendenza, serve uno sforzo congiunto del nostro agire umano connotato culturalmente. Più grande è la vittoria della cultura sulla natura, più grandi sono le conseguenze e le responsabilità”. Il professore ha concluso la sua lezione lasciando aperta ogni speranza “il nostro futuro è in bilico, ma il verdetto non è ancora stato dato” e con un interrogativo: “In che modo, la nostra cultura umana può portare a non far cadere la Natura in questo abisso in cui l’abbiamo gettata?”

Articolo di Chiara Dini

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