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18 Settembre 2011

Il paesaggio di Marc Augè

Nonostante le prime avvisaglie del maltempo in arrivo una grande folla ha gremito questa mattina piazza Garibaldi per assistere alla conferenza di Marc Augé nell’ ambito del festivalfilosofia 2011 sulla natura. Il titolo della lezione magistrale era alquanto ampio: “Paesaggi”; ma il professore, directeur d’ etudes presso l’ Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, nonché membro del Comitato Scientifico del Consorzio per il festivalfilosofia ha comunque dato alla lezione un tono appassionato e accattivante. Il paesaggio, ha detto il professor Augè, può essere quello reale che si osserva passeggiando in bicicletta nella natura, ma sono paesaggi anche i non luoghi delle metropoli e della civiltà consumistica. Il relatore che circa vent’anni fa ha inventato la definizione di paesaggi come luoghi o non-luoghi ha poi cercato di spiegarne le differenze. La distinzione tra luogo e non luogo insegna che in tutti i tipi di società il paesaggio non è solo il luogo della natura ma anche il luogo della cultura, dove l’ uomo elabora idee, significati, in una sorta di cantiere simbolico; ma anche dove questo cantiere diviene reale, portando l’ uomo a modificare la natura che lo circonda. La differenza sul modo di concepire il paesaggio è data dal modo con cui la società si rapporta con i segreti della natura; la natura può essere vista come buona e benevola tanto che l’ aggettivo naturale si utilizza per esprimere bellezza, salubrità, semplicità. Nel luogo antropologico quindi la natura è la compagna, come in un sogno o in un ricordo di infanzia, perduto e a tratti fantastico. si può vedere ciò nell’ ambiente paesano tradizionale dove la natura era percepita come familiare (con specifici dei pagani o santi locali) e aveva funzione di rifugio e consolazione, come testimoniato dalla letteratura bucolica e romantica, fino al mito del buon selvaggio. Al contempo la natura, se indagata a fondo nella sua immane vastità, può essere per l’ uomo fonte di timore e angoscia, la causa sta in un cambiamento di scala nel concepire l’ universo e ne è prova in questo caso la relazione decadente con il mondo naturale, sentito come un tutto ignoto con cui potersi relazionare solo tramite una fusione panica. Rilevante è come tutti i gruppi umani nella storia abbiano cercato di esplorare e governare l’ ambiente, dando ad esso un ordine, ad esempio con la nomenclatura di luoghi e oggetti, sia astratti che concreti. L’ attività etnologica, ha spiegato il professore, è sovversiva perché legge come culturale e arbitrario ciò che viene solitamente percepito come naturale e ovvio, ma consente di comprendere come tutto, anche la logica simbolica che regola i sistemi di osservazione, sia frutto di un dato ordine culturale. Il paesaggio dunque è la perfetta illustrazione del carattere asintotico e relativistico del concetto di natura; nella società tradizionale il paesaggio è diviso ordinatamente, a simboleggiare i rapporti tra le persone, le differenze di ceto e le stesse caratteristiche culturali della società; ogni identità si determina in contrasto con un alterità, rendendo pertanto impossibile una società sola. Nei non- luoghi della società moderna invece, ad esempio in un aeroporto o in un supermercato, gli uomini si incontrano senza conoscersi, ma al contempo, ha sottolineato Augè, il paesaggio moderno paradossalmente avvicina l’ uomo alla natura, dandogli la forza di modificarla profondamente. In questo paesaggio la visone è quella della distanza, non della vicinanza come nei paesi; e ciò è evidente nell’ architettura delle città moderne e dei loro quartieri d’affari. La natura nel paesaggio urbano non è dunque un conforto ma una sfida alla natura e all’ignoto del mondo.

Articolo di Andrea Gilioli

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